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Il 14 febbraio 2012, quale premier e ministro dell'Economia, decisi di non firmare l'impegno che mi veniva richiesto dal Comitato olimpico internazionale per prendere in considerazione la candidatura di Roma all' Olimpiade del 2020. Firmandolo, avrei obbligato lo Stato, cioè in concreto i governi che sarebbero venuti negli anni successivi, a pagare ogni eventuale eccedenza di costi rispetto a quelli coperti dal comitato organizzatore.

Forse Renzi non ricorda quali erano le condizioni del Paese in quella fase. Lo spread non era più a quota 575 punti come nel novembre 2011, ma era ancora intorno ai 400 punti. Nei mercati e tra i governi dei maggiori Paesi erano ancora molti coloro che pensavano che l'Italia sarebbe uscita dal «rischio insolvenza» solo ricorrendo a prestiti di salvataggio della Ue e del Fmi, sottoponendosi così a «protettorato» da parte della troika. Del resto, molti osservatori attribuivano la crisi della Grecia, scoppiata nel 2009, anche alle conseguenze finanziarie dello sforzo olimpico. Quel 14 febbraio dissi in conferenza stampa: «Non vogliamo che la percezione che stiamo faticosamente cercando di dare dell'Italia negli ambienti internazionali, nell'Ue, nei mercati, possa essere compromessa da improvvisi dubbi, magari alimentati dai concorrenti dell'Italia nella sfida olimpica, circa la serietà dei propositi di risanamento finanziario del Paese.

by gk (gk (gk quattro due due sette @gmail.com)) on Tue Dec 16th, 2014 at 08:28:16 AM EST
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